Ieri
si è celebrata La Giornata Internazionale Contro La Violenza Contro Le
Donne. Ero a Ferrara, a parlarne, in una seduta aperta del consiglio
comunale e provinciale. Come per l’otto marzo, tutte le donne che hanno
l’opportunità (e il dovere) di dar voce alle altre donne, hanno
ricevuto molti inviti. Sono girate cifre agghiaccianti, come spesso le
cifre che riguardano questa ingiustizia vecchia come il mondo e, pare,
destinata a durare: la diseguaglianza di genere. Tutto nasce da lì. Dai
quattro schiaffi alle coltellate, dall’offesa sessista («Lei è più
bella che intelligente», Silvio versus Rosy) alla violenza sessuale.
Finchè la metà abbondante dell’umanità verrà considerata, anche
inconsciamente, minore, mancante, inferiore, continuerà a prendersi
schiaffi calci e pugni, insulti e sopraffazioni. Avrà la sua quota di
martirio e avrà le sue giornate rituali. Mimose a marzo, crisantemi a
novembre. E in tutti gli altri giorni? Sola con le sue contraddizioni.
Sola nella famiglia e nell’amore, che troppo spesso copre gli abusi e
impedisce di denunciarli. Che cosa fai quando è il padre dei tuoi figli
a farti un occhio nero? Che cosa gli dici quando dichiara di averlo
fatto perché ci tiene a tanto a te? Sei milioni e 743mila donne hanno
subito, in Italia, nel corso della loro vita, violenza fisica e
sessuale? Non è vero: sono (siamo) molte di più. E le conquiste del
femminismo, hanno, paradossalmente, inasprito il clima: al disprezzo
(duro a morire) si è aggiunta la paura. Le donne emancipate (liberate
ancora non ce n’è, purtroppo) vengono vissute come minacciose. Sono
brave, sono sgobbone, sanno sacrificarsi, sono più abituate a soffrire.
Se riescono ad essere ammesse alla gara rischiano di vincere. Motivo di
più per menarle. O tagliarle fuori. Nove donne sono state elette
commissari della Ue. Ovviamente nessuna è italiana.